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I Leoni del Gulistan

26/02/2012
By Etienne Pramotton

Ogni volta è come la prima volta. Non c’è nulla di scontato per i fucilieri di Marina del San Marco del Fob Ice nella Valle del Gulistan. Quando si esce di pattuglia non esistono strade sicure, luoghi dove l’attenzione possa calare anche solo per un attimo. Siamo in Afghanistan su un altopiano a qualche centinaio di metri sul livello del mare, ma ad anni luce dalla civiltà. Una sabbia fine come il borotalco rende ogni passo leggero e ogni respiro affannoso e pesante. Intorno al Forward observation base nell’alta valle del Gulistan, il clima è caldissimo, come ci conferma anche un ufficiale della cellula operazione di Regional command West della Brigata meccanizzata Sassari, il maggiore Salvatore Abbate, di un’area nella parte più meridionale della provincia di Herat che corrisponde al Regional command West di Isaf, la missione Nato che nella nuova dottrina Petreus dovrebbe conquistare i cuori e le menti degli afghani. Una mission che gli italiani e in particolare gli uomini del Reggimento San Marco con base a Brindisi riescono a declinare al meglio.

Fob Ice è come la fortezza Bastiani: in mezzo al nulla, condito dal sole e la polvere, d’estate, dal freddo, il fango e la neve, d’inverno. Il 29 novembre un mezzo uscito dalla base avanzata, che fa parte della Task force Sud-Est era saltato su una Ied, un ordigno improvvisato, nascosto sul ciglio della strada. Per fortuna senza provocare feriti gravi. Il colonnello Vincenzo Lauro responsabile della cellula Pubblica informazione RC West a Herat tranquillizza sulle buone condizione dei militari. “Il botto l’abbiamo sentito forte anche da qui”, spiega un marò del nucleo Quick reaction team del Fob. “L’esplosione è avvenuta a circa sei chilometri da qui, verso nord”, conferma il militare. Pochi minuti di strada verso l’alta valle e la reazione a fuoco è garantita. Ma anche verso sud la storia non cambia e il lavoro dei nostri militari è delicatissimo, la tensione è quotidiana.

La valle è come se fosse tagliata a metà a sud verso la Cop Snow (Combat operation post) dove staziona un distaccamento di una quarantina di uomini, e a nord dove gli harassment – gli ingaggi a fuoco – di insurgent e bande criminali sono continui ogni qualvolta i mezzi del San Marco tentano di spingersi oltre. Guardando la cartina geografica si capisce l’importanza di quel luogo. In basso le provincie di Nimroz verso l’Iran e l’Helmand verso il Pakistan sono quelle dove l’esercito americano e gli inglesi martellano continuamente le bande di talebani, insorgenti e signori della droga. Il Gulistan dista soli 60 chilometri dal confine pakistano. E’ zona di passaggio obbligato per le bande in fuga da sud. Prima degli italiani c’erano stati russi e ceceni, forse più preoccupati di controllarsi a vicenda che a stabilizzare l’area. Ci hanno pensato gli italiani e, dall’inizio di settembre 2011, i marines di Brindisi. E sono molti i pugliesi in mezzo al deserto afghano, come il secondo capo Antonio Ciliberti, barese fino al midollo, del quartiere San Paolo, con la divisa del San Marco cucita addosso, da 100 giorni in Afghanistan, ma con Kossovo, Albania, Libano e Iraq alle spalle.

Ora è a Bakwa, nella Fob Lavaredo tra Farah e il Gulistan. C’è anche un ragazzo di Oria della terza compagnia del San Marco. Fa il linkman sul Lince, cioè mantiene i contatti tra i vari mezzi blindati quando escono in missione. E’ alla sua prima esperienza in Afghanistan. “Quando rientro tutti sono orgogliosi di me”, spiega con una punta di soddisfazione. La regione di Herat è un punto in cui si incrociano interessi contrapposti. Quelli storicamente forti dall’Iran sciita e quelli legati al radicalismo sunnita delle scuole di Quetta nel Pakistan, a cui si uniscono commerci e traffici di varia natura. L’Afghanistan quando pensi di averlo capito appare sotto nuove sembianze. Le valutazioni day by day dominano sulle grandi strategia che pur servono. Marco Maccaroni, capitano di fregata e vicecomandante della Fob Lavaredo a Bakwa, da cui dipende la valle del Gulistan, ci spiega le dinamiche che dominano quell’area, così vicina alla polveriera dell’Helmand. Di solito il clima si surriscalda verso maggio, quando è tempo del raccolto dell’oppio. Ma la nuova dottrina Petraeus mette al centro i civili, copiando ciò che gli italiani fanno da tempo. I marò di Bakwa fanno una grande attività medica per la popolazione con migliaia di casi curati. La tubercolosi è molto diffusa. “In Gulistan abbiamo anche una dottoressa donna e la gente ha cominciato ad abituarsi a questa presenza femminile”, spiega Maccaroni. “Da quando siamo qui abbiamo fatto oltre 40mila chilometri di pattugliamenti” continua l’ufficiale, anche “per contattare gli elder (gli anziani, ndr) dell’area, come il mullah Abdillulah del villaggio di Bakthar o l’elder Ashj Jasahmal di Spinkay”, fondamentali per le attività di collegamento con la popolazione locale. La situazione non è facile specie per i collegamenti su terra minacciati da Ied e harassment, come chiamano gli ingaggi a fuoco degli insurgent. “Per i rifornimenti facciamo affidamento solo sugli elicotteri”, spiega Maccaroni. E i rifornimenti presto potrebbero diventare un vero problema visto che la maggior parte di quelli alimentari passa per l’Iran. Ma non lo è per i marò della Fob Ice che ogni giorno passano sotto le falesie argillose a ovest della valle. Uno spettacolo della natura, aspra e quasi totalmente priva del colore verde, a parte le coltivazioni d’oppio che si possono notare anche intorno a Bakwa. Da queste parti ci si prepara per la campagna d’inverno che quest’anno si annuncia calda. Talebani, insurgent e signori della droga vogliono fermare la seconda fase della transizione, cioè il passaggio del testimone dalle forze di Isaf, la missione Nato ai militari di Kabul. Qui si è sempre in prima linea.

 

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