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In volo con gli Squali

26/02/2012
By Pierre Chiartano

La mano sinistra dà potenza sulla manetta del collettivo, mentre il braccio solleva la barra, la pedaliera comincia a contrastare l’effetto giroscopico del rotore principale, con la cloche del ciclico si cerca di mantenere l’assetto livellato. Non è facile pilotare un elicottero, lo è ancora meno uno di questi giganti della Marina militare. E siamo solo a pochi metri dall’asfalto dell’aeroporto di Herat, in zona amica e sicura. Non sui monti afghani, nelle gole o sui deserti dove ogni ombra, ogni rudere, ogni gregge può celare un insurgent armato di Rpg o peggio. Allora sì che i piloti di Marina devono tirare fuori la propria abilità per schivare minacce e rispondere con le tre mitragliatrici di bordo, delle rodatissime Mg 42/59.

I mezzi di cui stiamo parlando sono gli Agusta Westland H 101della Marina di stanza sulla base di Herat, costituiscono l’Air task group Shark. I tre elicotteri che formano la squadra, dotati di sistemi di auto protezione e di visione notturna (Nvg), sono impiegati per missioni di sorveglianza, pattugliamento, scorta convogli ed evacuazione medica (Medevac). Sono un gioiello della tecnologia e dell’industria nazionale e stanno dando il meglio anche nelle non facili condizioni dell’ambiente afghano. In Afghanistan sono i tuttofare, come fu per gli Huey in Vietnam, visto che gli spostamenti su terra sono assai rischiosi. Tre turbine, un rotore dal diametro superiore ai 18 metri, un carico massimo al decollo di 15 tonnellate, tre motori ognuno da 2.300 cavalli all’asse, sono solo alcuni dati della carta d’identità di questi giganti dell’aria che possono trasportare fino a 22 uomini equipaggiati. Ma il loro lavoro non si limita al trasporto di truppe speciali, sono i veri taxi dell’Isaf in Afghanistan. Diventano delle macchine del tempo, perché ti portano dal XXI secolo della base di Herat al passato remoto delle valli del nordest, dove l’universo degli elder comincia e finisce nella propria valle. Kabul è lontana. Ma i piloti di Marina sono abituati a operare in condizioni difficili, quale è l’appontaggio su di una piattaforma instabile come una nave che beccheggia sul mare. Sono anche preparati alla tensione del volo tattico in ambiente ostile.

Decollare significa massima velocità, ventre a terra a bassissima quota nell’area intorno all’aeroporto o all’helipad, che si considera relativamente più controllata. Veloci e raso-terra per non dare il tempo a eventuali sniper di prendere la mira. Poi ci si catapulta in quota in pochi secondi, per arrivare fuori portata di Rpg e missili tipo Strela, la versione russa dello Stinger americano, armi brandeggiabili da singoli individui a guida IR e micidiali per colpire gli elicotteri. Per stare tranquilli si deve volare sopra i 3-4mila metri. Ma quando ci sono montagne intorno, la vista dei door-gunner deve essere sempre attenta ad ogni minimo segnale che possa indicare un pericolo. Ci sono gli allarmi automatici IR e laser. Puoi sentirli nell’interfono “minaccia ore 11”. La voce registrata di Anna ti avvisa cortesemente che potrebbe esserci un movimento ostile al suolo. E potrebbe anche essere l’ultima voce che senti. Ma gli equipaggi della Marina sono addestrati a operare in condizioni molto difficili e hanno ormai standardizzato ogni procedura, anche la più complessa. I flare, globi incandescenti al fosforo, servono proprio a ingannare la testata dei missili a guida IR, partono in automatico appena si innesca un allarme. L’avvisatore laser è un sensore che si accorge se il mezzo è stato colpito da un apparto di puntamento di quel tipo. Insomma, la tecnologia c’è, ma alla fine conta il “manico” perché il primo missile lo freghi con i flare, il secondo con un paio di virate strette, il terzo… ci vuole fortuna e molta, molta esperienza. Spesso gli Squali della Marina assolvono compiti molto particolari. Scarrozzano in giro per le impervie montagne afghane team di truppe speciali per missioni complesse. Anche quelle della Task force 45. Ma è una leggenda, una diceria da giornalisti, una voce priva di fondamento, perché non esiste, mashallah.

 

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