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Le spie del cielo

26/02/2012
By Etienne Pramotton

È l’occhio indiscreto che da la caccia ai talebani. E’ il guardiano che dall’alto si accorge se degli insurgent stanno scavando ai bordi di una strada. E’ la silenziosa sentinella che a distanza scruta e osserva nelle tenebre della notte ogni movimento sospetto.

Si chiama Predator, è un drone (italianizzazione del verbo inglese che significa ronzio), un aereo senza pilota. Meglio il pilota c’è ma è comodamente seduto in un centro operativo nella base di Herat e segue la fase di decollo e atterraggio dello Uav (Unmanned air vehicle), mentre la missione vera e propria viene gestita dalla base di Amendola in Italia. Lì ha sede il 32mo Stormo da cui dipende il 28mo Gruppo (Task group Astore) che opera con 2 Predator in Afghanistan, inquadrati nella Jatf (Joint air task force) e impiegati giornalmente in favore del contingente italiano e delle forze alleate di Isaf. Il perché di questa differente gestione, diretta e remota, ce lo spiega il comandante del 28mo gruppo: “le fasi di decollo e atterraggio hanno bisogno di un collegamento visivo diretto. In questo modo le onde elettromagnetiche delle frequenze che si utilizzano per i comandi di volo sono immediate. Con la gestione da Amendola si usa il satellite che provoca il ritardo di qualche secondo nella comunicazione”. In pratica un paio di secondi di ritardo nella risposta dei comandi nelle fasi più delicate del volo potrebbero creare non pochi problemi.

Il Predator quando lo osservi da vicino con le sue linee aerodinamiche semplici, il motore Rotax da ultraleggero, economico e affidabile, capisci il perché del suo successo. Solo 160 chilometri orari la velocità, ma l’autonomia è eccezionale, 24 ore a oltre 900 chilometri dalla base di partenza. Carico di sensori, lento ma silenzioso, è il mezzo adatto per spiare l’avversario in condizioni difficili come quelle afghane. E’ economico, affidabile ed efficiente. Il comandante …. ci fa vedere in un volo simulato tutte le fasi di una missione e il coordinamento con i vari team. Sì, perché al lavoro sono proprio in tanti. Oltre al pilota ci sono i tecnici di volo e quelli di sistema e poi un team di missione che deve fare una prima valutazione dei dati ricevuti dagli occhi del Predator. Nel filmato che ci viene mostrato si vedono due taliban in moto che si fermano lungo la strada e cominciano a scavare. Poi si allontanano e si preparano a deviare il traffico locale, con il semplice posizionamento di pietre bianche. Evidentemente un segnale ben conosciuto dalla popolazione del luogo. Il tempo è il fattore chiave, i due si muovono velocemente, non sapendo che l’occhio attento e silenzioso li ha già inquadrati. Il Predator ha iniziato un circuito fisso a distanza, per mantenere l’inquadratura della scena, mentre gli analisti del 28mo Gruppo e quelli dell’intelligence militare sono già al lavoro per neutralizzare la trappola e catturare i due artificieri improvvisati. “Spesso la fretta con cui lavorano provoca l’esplosione accidentale dell’ordigno”, ci spiega un esperto del team dell’Aeronautica militare.

I piloti che si alternano alla consolle dei comandi remote sono tutti esperti, con type rating (abilitazioni) su Amx e Mb339. Pilotare il leggero e lento Predator è dunque un gioco da ragazzi. Le uniche limitazioni del mezzo sono proprio legate alla sua leggerezza: la turbolenza delle valli montuose afghane, specie dopo una certa ora, quando il riscaldamento solare fa partire le termiche, può diventare un limite operativo. Arrivata anche la versione B (Reaper) del predatore e il Raven un turboelica più veloce, potente e dotato di avionica sofisticata. Sulla possibilità di dotare questi mezzi di missili aria-terra Hellfire, quelli con cui la Cia “termina” i capi talebani, se ne sta discutendo a Roma. Sarà una scelta politica. Qui in Afghanistan la caccia alla trappole Ied continua anche dal cielo.

 

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