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Transizione e State building: due pesi e due misure

26/02/2012
By Pierre Chiartano

La transizione afgana può funzionare ora, ma non è ancora il momento di fare consuntivi. Per lo State building serviranno tempi storici. Il generale Luciano Portolano, comandante della brigata Sassari e a capo di RC West lo ha spiegato al generale John R. Allen a capo di Isaf: la transizione nella provincia di Herat è molto avanti, con l’operazione Omid di novembre, che ha coinvolto circa 800 uomini, per due terzi costituito da forze afghane, può essere un modello per il passaggio di mano in tutto l’Afghanistan.

L’obiettivo di affidare in toto alle forze dell’Afghan national army la sicurezza della provincia di Herat è a portata di mano, grazie all’attività del comando italiano. Una volta effettuato il passaggio di consegne le forze Isaf potranno dedicarsi ad altri compiti. È un messaggio forte dato alla comunità locale. Se tutto va bene da febbraio si potranno tirare le somme di tutta la cosiddetta Winter operation. Ci sono le condizioni perché abbia successo. Gli unici a poter rovinare la festa sono solo gli afgani, dipende da quanto impegno metteranno nel tenere il testimone della sicurezza. E le grandi manovre come la Omid servono proprio a dare sicurezza ai reparti afghani. Nei processi di pianificazione e analisi le forze locali supportate dalla struttura Isaf a guida italiana stanno diventando autonomi. Allestire pacchetti di forze miste (combined) e anche la comunicazione esterna, sono ormai settori dove l’Ana è in grado di svolgere compiti in piena autonomia. Fondamentalmente la sicurezza in questa regione, come in gran parte del Paese, è legata al controllo delle vie di comunicazione. Il 207mo corpo d’Armata afghano di stanza nella ragione ovest ha completato i propri ranghi all’80 per cento. Poi tutto dipenderà dalla loro volontà, visto che è un esercito su base volontaria.

Ma bisogna ricordarsi le tradizioni locali che a volte mal si conciliano con l’ortodossia necessaria a una forza armata. Se un militare deve tornare nella sua città, perché è tempo di tosare le pecore, non chiede una licenza, parte e torna a lavoro finito. Per fare un pilota servono quattro anni anziché due. Ancora oggi nella base di Shindand, dove ha sede l’Airbase support air advisory team e si addestrano i piloti di quella che sarà l’aeronautica afghana, le lezioni di volo sugli elicotteri Mi-17 si fanno con un traduttore a bordo. Dunque prima serve insegnarli l’inglese. Anche l’elite dirigenziale del Paese, per una parte, viene dalla diaspora degli afgani all’estero con educazione e titoli di studio secondo gli standard occidentali. Quando si guarda alla risorsa umana nata e vissuta in loco, tutto va riconsiderato. E le forze armate non sono un caso a parte, rientrano nella stessa declinazione del problema. Il governatore di Herat è afgano, ma ha lasciato una cattedra universitaria negli Usa per tornare a servire la Patria. Dunque la scelta diventa emblematica. O si scelgono elementi della diaspora che possono dialogare con Isaf e un contesto internazionale fondamentale per il futuro del Paese, ma con poche radici sul territorio, oppure l’interlocutore diventa un locale, con un forte controllo sulla comunità, ma digiuno e “illetterato” rispetto alle esigenze complesse del compito. Inoltre c’è una completa disistima delle istituzioni nazionali, a cominciare dal presidente Kharzai considerato “uomo da manette”. Il tentativo oggi è quello di ricostruire una legittimità delle istituzioni partendo da quelle regionali. E una delle quattro mission di Isaf si chiama infatti Rule of Law e che si aggiunge alla governance, security e development già in agenda. «La Rule of law è una field support mission», spiega Andrea Romussi, responsabile civile della Nato a RC West. Si tratta di un’iniziativa dove la componente militare favorisce gli operatori afgani nel campo della giustizia. Anche con speciali sessioni di training. E la percezione nella popolazione, a livello regionale, è positiva, qui il processo di legittimazione del nascente Stato va avanti. Una ragione di più che pone Herat al centro del processo di transizione di cui il presidente Ahmid Kharzai ha annunciato la fase due. Ma bisogna rendersi conto che per i consuntivi serviranno tempi storici. Nei Balcani si sta ancora lavorando, se per questo anche in certe regioni d’Italia.

 

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