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Il caldo inverno afgano

26/02/2012
By Nicola Pedde

Sarà caldo l’inverno in Afghanistan, nonostante le rigide temperature di stagione. Per la prima volta dal 2001, questo sarà un inverno caratterizzato da aspri scontri in gran parte delle regioni occidentali. Quelle sotto comando italiano.

Sino ad oggi, con l’arrivo della stagione invernale, si riducevano considerevolmente i combattimenti in Afghanistan. Complice il clima, particolarmente rigido in questa regione, ma anche in conseguenza della ridotta esigenza di trasporto dell’oppio sulle strade afgane. Oppio che, come ben noto, rappresenta la sorgente di reddito principale dell’economia illegale del paese, e di larga parte dell’insorgenza.

Gli “insurgent”, termine generico quanto abusato per descrivere la compagine di coloro che si oppongono – spesso con la violenza – alla presenza delle forze della coalizione internazionale dell’ISAF, hanno una natura composita ed eterogenea.

Difficile semplificare l’origine e la composizione di quelli che operano nelle regioni occidentali dell’Afghanistan, ed in particolar modo nelle province di Herat, Farah, Badghis, Ghor. A nord, nel Badghis, Herat e nella parte settentrionale del Ghor, gli insurgent sono essenzialmente banditi. Organizzati in bande, spesso composte più da nomadi che da autoctoni, che operano al soldo dei produttori di oppio e che sono impegnati nella produzione e soprattutto nel trasporto della droga verso i confini del paese. Hanno una scarsa, se non nulla, matrice ideologica, e men che meno di aderenza alla rete internazionale del terrorismo. Rappresentano il prodotto della secolare struttura feudale dell’Afghanistan, e della sua frammentazione in clan dediti – in larghissima misura – ai traffici, al taglieggio sui transiti, e al commercio.

Di diversa estrazione, invece, quelli che operano nella provincia di Farah e nella parte meridionale della provincia del Ghor. La gran parte di quelli che ingaggiano le forze dell’ISAF in questa porzione dell’occidente afgano proviene da sud, dall’Helmand e da Kandahar soprattutto, ed ha una netta e spiccata matrice ideologica. Si tratta di gruppi di insurgent spesso composti anche da elementi stranieri, come nel caso delle unità qaediste pachistane, e la natura dei loro attacchi è finalizzata solo al confronto con le forze occidentali.

Due gruppi estremamente diversi, quindi, che devono essere affrontati con modalità e strategie spesso completamente differenti.

 

Le componenti di insurgent delle aree settentrionali non hanno praticamente nulla a che spartire con i talebani, se non la comune provenienza geografica. Si tratta di milizie al soldo delle organizzazioni impegnate nei vasti ed articolati traffici illegali che interessano – da sempre – buona parte del territorio afgano, soprattutto nel nord.

Sono organizzati in bande, più o meno numerose, legate alle tribù, ai clan, e spesso ai singoli villaggi. Producono, trasportano e vendono principalmente droga, ma anche armi e quant’altro commerciabile illegalmente.

Hanno due interessi primari da assicurare, che sono quelli di tenere libere dalle forze militari afgane e dell’ISAF le aree della produzione dell’oppio, e di tenere libere le strade dai controlli. Per assicurare la mobilità dei traffici.

Questo sarà un inverno intenso per loro. Per la prima volta dal 2001 le operazioni sul terreno nelle province di Herat e di Badghis saranno effettuate quasi integralmente da personale dell’esercito afgano. E la transizione comporta per l’insorgenza un duplice problema.

Da un lato ci sarà un maggiore e più articolato controllo, soprattutto sulle strade, aumentando con l’ingresso dell’ANA (Afghan National Army) il numero di uomini impegnati nelle operazioni. Dall’altro si pone il problema di immagine con la popolazione, che giudica la transizione come un tangibile successo dell’ISAF.

Nessuno dei due elementi è accettabile per le organizzazioni connesse con la produzione di oppio e con il contrabbando, ed è quindi necessario dimostrare agli abitanti delle due province che ISAF è in realtà debole e vulnerabile.

I governatori ombra, cioè le figure di riferimento dell’insorgenza nelle varie province, hanno quindi diramato un ordine preciso: contrastare la transizione ed intensificare gli attacchi ad ISAF. E gli uomini del Mullah Janan, il governatore ombra di Herat, non hanno atteso a lungo. La prima, spettacolare, operazione è stata quella dell’assalto agli uffici della Es-Ko, la società che si occupa del catering delle basi ISAF di Herat. Dove il 4 novembre hanno preso in ostaggio il personale, e dove sono dovute intervenire le unità d’elite delle nostre Forze Armate. Poi ci sono stati lanci di razzi, piccoli attacchi alle installazioni e brevi ingaggi delle truppe ISAF impegnati nei pattugliamenti sulle strade. È nell’ambito di questi ultimi che è stato ucciso un soldato spagnolo, ai primi di novembre.

Questo sarà quindi un inverno davvero unico e particolare. Per la prima volta, l’arrivo della neve e del freddo non ridurrà le attività sul terreno, e soprattutto vedrà le forze afgane impegnate per la prima volta in modo pressoché autonomo nelle operazioni per la gestione della sicurezza del loro territorio.

 

Ma la transizione non sarà l’unico elemento di preoccupazione per gli insurgents. La decisione annunciata da Obama di riportare le truppe in patria entro il 2014 ha imposto ad ISAF di accelerare il programma di stabilizzazione, propedeutico a quello di transizione.

È quindi già in corso l’operazione Omid 12 (in pahsto, “speranza”), che ha l’obiettivo di mettere in sicurezza la porzione ad est della provincia di Herat, per poi estendere l’area di operazioni sino alla parte meridionale della provincia di Ghor.

L’obiettivo, entro la fine dell’inverno, è quello di portare la capacità operativa più ad est possibile, facendo perno sull’area del Chist-e Sharif fino ad includere nella bolla di sicurezza la FOB di Chaghcharan, nel cuore del Ghor.

Si tratta di un’operazione dall’elevato valore strategico per ISAF, e sarà condotta quasi integralmente dalle unità italiane della Brigata Sassari, al comando del Generale Portolano. L’esito di questa operazione deciderà di fatto anche il successo della successiva capacità di estensione della bolla di sicurezza, ed è quindi necessario conseguire un successo. Ad ogni costo.

Al tempo stesso è aumentata la capacità di controllo sulle strade, e questo comporta da un lato una considerevole riduzione degli attacchi con IED, e dall’altro un appesantimento della logistica di trasporto per il traffico di droga ed armi, costretto ad individuare rotte alternative. Che, in Afghanistan, significa strade sterrate e malmesse, spesso in ambiente montagnoso, difficilmente praticabili per larga parte del periodo invernale.

Ma non tutta la rete stradale è sicura, anche lungo la ring road. Nell’area di Badghis, ad esempio, un lungo tratto di strada tra Darreh Bun e Rashid-Khan che attraversa una profonda gola tra le montagne è ancora fortemente presidiato da gruppi di insorgenti, che ne rende estremamente pericoloso il transito. Per risolvere il problema, quindi, è stato individuato un percorso alternativo, da Qal-ah ye Now fino alla FOB di Bala Murghab, dove è stato attivato un bypass provvisorio che presto sarà reso maggiormente percorribile attraverso la preparazione del fondo stradale e la gettata di ghiaia.

Questo stratagemma permetterà di gestire senza particolari rischi i transiti dei rifornimenti verso nord, permettendo di guadagnare tempo per risolvere in seguito il problema della sicurezza nel tratto ancora fortemente presidiato dagli insurgent.

Se tutto andrà come programmato dai comandi ISAF, quindi, il prossimo inverno potrebbe costituire veramente una svolta nel lungo e sanguinoso conflitto in Afghanistan. Anche se, e non è un mistero, continua a pesare sul quadro complessivo la reale capacità di tenuta dell’Afghanistan quando, in un futuro non troppo lontano, le forze della coalizione internazionale lasceranno definitivamente il paese.

Precedentemente pubblicato anche su Limesonline, http://temi.repubblica.it/limes/il-caldo-inverno-afghano/29695

 

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