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La politica estera di Berlusconi

19/04/2011
By Michele Testoni

Il passaggio del giro di boa della XVI legislatura impone, tra i vari, un giudizio sullo stato dell’arte della politica estera italiana, ovvero sui risultati e l’altrettanto importante percezione dell’azione del nostro paese sulla scena internazionale. Da un lato, l’obiettivo è delicato perché rischia di scivolare in una partigianeria filo- o anti-governativa del tutto soggettiva; dall’altro lato, il compito è facilitato da una certa univocità che accomuna le ricerche e le analisi principali su questo campo. Ebbene, se ci si interroga sull’efficacia della modalità in cui la politica estera del IV governo Berlusconi  persegue l’interesse nazionale, osserviamo che il merito e l’azione di governo sono contraddistinti più da fattori negativi che positivi. Quattro sono i fattori di criticità che occorre sottolineare, due per ciascun comparto.

Circa i contenuti, una profonda re-interpretazione dei tradizionali pilastri della nostra politica estera (atlantismo, europeismo, area mediterranea) e un evidente disagio – al limite dell’imbarazzo – per la natura dei soggetti con cui l’Italia berlusconiana ha instaurato un rapporto privilegiato. In primo luogo, si assiste a una riproposizione di quella spregiudicatezza, tipica delle piccole-medie potenze in contesti fluidi e multipolari, che caratterizzò l’Italia nelle differenti decadi pre-repubblicane: una combinazione di bandwagoning e opportunismo, ovvero di appoggio incondizionato alla potenza egemone unito a una serie di accordi di vario tipo con singoli paesi, patti che talora rischiano di entrare in contraddizione con precedenti misure. È la “rivoluzione berlusconiana” della nostra politica estera avviata nel 2002 (dopo la rapida parentesi di Ruggiero alla Farnesina), interrotta tra il 2006 e il 2008, e perfezionata in questo ultimo biennio: convergenza assoluta con gli USA, benché spesso solo in maniera cerimoniale, o comunque a basso costo; distacco dall’asse franco-tedesco in Europa; svolta filo-israeliana, dunque anti-palestinese, a cui si accompagnano l’amicizia con la Turchia di Erdogan, il sostegno alla Tunisia dell’ex-Ben Ali e all’Egitto di Mubarak, ma soprattutto i controversi rapporti con la Libia e la Russia.

Qui emerge l’altro versante di questo primo aspetto: i dubbi sull’opportunità strategica, nel lungo periodo, di tali relazioni. Fatto salvo l’attivismo “neo-matteiano” dell’ENI (progetto South Stream) e dell’Edison (progetto Poseidon), condiviso anche dal centrosinistra, e già presente nella Prima Repubblica, a destare preoccupato stupore è il solitario personalismo di Berlusconi, unito al pettegolezzo su eventuali benefici privatistico-aziendali, cui è piegata la nostra diplomazia, come le rivelazioni di Wikileaks hanno fatto emergere. In più, esiste il timore che questi intensi legami fra Berlusconi, Gheddafi, Putin e addirittura Lukashenko producano un grave effetto-boomerang: una marginalità, difficilmente sanabile, dell’Italia nei confronti delle principali cancellerie occidentali e all’interno dei maggiori consessi multilaterali (ONU, NATO, UE). Continuiamo ad essere visti in base al solito cliché: il paese dell’arte, della moda e della buona cucina, ma sempre inaffidabile in politica, con un’economia bloccata, corruzione e illegalità diffuse. Un paese impegnato in operazioni di piccolo cabotaggio, che nel breve termine riescono anche a generare qualche beneficio, ma che nel lungo termine rischiano di diventare controproducenti perché ci allontanano sempre più dai principali luoghi e momenti decisionali. Se l’unilateralismo è stato nocivo per gli USA di George W. Bush, può esso andare bene per un paese come l’Italia, con un sistema partitico ancora debole e instabile, e un debito pubblico così spaventoso?

Il timore della marginalità introduce i due aspetti dell’altro problema dell’attuale politica estera: il metodo berlusconiano. Per un verso, lo si è già detto, il suo elevato personalismo, i cui effetti sono il totale subordine della figura, e del ruolo, del ministro degli Esteri, diventato nulla più che uno zelante esecutore delle direttive di Palazzo Chigi, e la riduzione dell’immaginazione e dell’implementazione delle direttrici fondamentali della politica estera all’estro di una persona, non al risultato di specifiche traiettorie politiche ed economiche nazionali. Elevato personalismo diventa sinonimo di imprevedibilità nel presente – soprattutto se in relazione al temperamento dell’uomo Berlusconi – ma soprattutto di grande difficoltà nell’immaginare il futuro dell’Italia nel mondo. Un fatto determinante quando ci si sposta, ad esempio, sul versante economico della politica estera.

Si può giustamente obiettare che tutti i grandi leader possiedono forti personalità, con pregi e difetti. Tuttavia, oggi siamo in presenza di qualcosa di molto più grande e pericoloso. Spregiudicatezza, personalismo e imprevedibilità non sono sufficienti a spiegare l’impasse che il metodo-Berlusconi sta rappresentando per l’Italia. Bisogna aggiungere anche perdita di credibilità. Le gravissime accuse penali che colpiscono in questi mesi il premier, il conflitto istituzionale e la paralisi politica che si sono ingenerati, e l’eco che ciò sta suscitando su scala internazionale rappresentano un vulnus devastante. Come molti media stranieri, europei e americani, non hanno mancato di sottolineare nell’imbarazzo e nella incredulità generale. Un problema non soltanto di natura etica o morale – gli scandali accadono ovunque – ma, appunto, di credibilità per l’intero paese, pressoché paralizzato in una lotta a tutto campo fra “colpevolisti pro-magistratura” e “difensori anti-magistratura”. Il tutto durante il 150° anniversario dell’unità nazionale.

In conclusione, il giudizio che oggi si può dare della politica estera italiana è uno sostanzialmente negativo. L’essenza e lo stile della nostra condotta internazionale paiono fortemente inadeguati a perseguire opportunamente l’interesse nazionale che, oltre a cercare di conseguire specifici risultati immediati, dovrebbe essere costituito anche da fattori di carattere strutturale. Per ottenere ciò, tuttavia, occorrono sia fondamentali riforme all’interno del sistema politico ed economico sia un ritorno a livelli di credibilità decorosi, che in questi mesi, purtroppo, stanno venendo meno. Ecco perché il personalismo, l’opportunismo e l’imprevedibilità con cui l’Italia sta conducendo la propria politica estera, e per questo guardata con sospetto e preoccupazione da parte degli USA e dei principali partner europei, non sembrano essere la migliore delle soluzioni.

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