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Il regime di Assad e la rivolta inattesa

18/04/2011
By Monica Mazza

Libertà, democrazia, stabilità economica, rispetto dei diritti umani e media sono i leit motiv della primavera araba. Si è molto discusso del ruolo della comunicazione nello sviluppo delle rivolte che continuano ad agitare numerose piazze del mondo arabo. In qualche caso, abbiamo assistito a vere e proprie mistificazioni della realtà. Il caso siriano, invece, mostra un altro aspetto dell’importanza/manipolazione della comunicazione, soprattutto nei momenti di “pericolo” per il regime. Non sappiamo se e quanto la Siria sia stata influenzata dall’atteggiamento adottato da Ben Ali in Tunisia, da Mubarak in Egitto, o dal colonnello Gheddafi in Libia, considerata anche la peculiarità di ogni paese, sia per le questioni interne, sia per il ruolo che ogni paese riveste nell’intricato scacchiere mediorientale.
A metà marzo, mentre giungono testimonianze di scontri e morti a Daraa, città nella Siria meridionale, nella regione dell’Hawran, la versione ufficiale attribuisce la responsabilità dei disordini a non ben identificati “forestieri”, probabilmente palestinesi aizzati da Israele, il nemico per eccellenza (nei giorni successivi anche la stampa libanese paventava l’ipotesi di infiltrazioni di Fatah al-Islam – la fazione “fondamentalista” – a Daraa). Nelle settimane successive anche gli altri principali giornali filo-governativi lasciano intendere che gli scontri non siano di matrice siriana. Gli abitanti di Daraa, infatti, sembra che abbiano preso le dovute distanze dall’accaduto. Per giustificare i morti provocati dalle forze di sicurezza nella moschea di Omar, invece, gli stessi media attribuiscono la responsabilità a una banda armata. Insomma, più che strumento di pluralismo e libertà di espressione, i media si rivelano strumenti di vera e propria propaganda, attenta a dare l’immagine di un paese in cui è lecito manifestare per rivendicare i propri diritti. Di più. Nel mese di febbraio, per nulla preoccupato dalle rivolte tunisine ed egiziane, il lungimirante regime rende accessibili siti come You Tube e Facebook senza restrizione alcuna. Questa mossa, tra l’altro omessa dai media, nasconde un piano ben articolato messo in atto dal moukhabarat, i servizi segreti. In concomitanza con la creazione dei primi gruppi che inneggiano alla rivoluzione, infatti, spuntano gruppi a sostegno del presidente al-Asad. Probabilmente conscio dell’assenza di una “reale” minaccia, il regime intanto corre ai ripari a livello precauzionale. In linea con la narrativa ufficiale, nel corso di un discorso alla nazione, il 30 marzo, il presidente Bashar al-Assad (il leone) parla di complotto, e, “chi vorrà la guerra, l’avrà”, sentenzia, rivolgendosi ai fantomatici cospiratori. Più laconico, invece, sull’argomento delle riforme che ogni governo deve adottare quando è il popolo a chiederle. Un tentativo per placare le proteste c’è stato, insomma. Il giorno successivo arriva la notizia della creazione di un comitato per l’abolizione delle leggi speciali, che riguarda in primo luogo la legge sullo stato d’emergenza, legge in vigore dal 1963, anno in cui il partito Baath prese il potere.
L’epicentro delle manifestazioni più significative si colloca inizialmente nelle aree rurali governate dai clan sunniti, che denunciano la corruzione, i fenomeni di repressione e l’assenza dell’autorità centrale, soprattutto in seguito alle annate di siccità che hanno colpito la regione, dimezzando i raccolti. Daraa, Dayr az-Zor, Banias, nel nord del paese, sono le città simbolo delle proteste. Damasco e Aleppo, le principali città della Siria, si scaldano nelle ultime due settimane, registrando scontri, puntualmente repressi con l’uso della forza.
Molti si aspettavano di più dal primo discorso, ma Assad non ha dimostrato un “cuor di leone”. Presidente “per caso”, non era lui, infatti, a dover succedere al padre Hafez nel 2000, Bashar rivela con la sua cautela la mancanza di carisma, qualità necessaria per un leader (ma chissà che non sia questo il suo punto di forza). Quasi per nulla permeato dai valori occidentali durante i suoi studi londinesi, Assad ha imparato a fare il presidente, costruendosi un’immagine “popolare”. È vero che il paese è sull’orlo della bancarotta che esaspera la popolazione, ma è altrettanto vero che Assad è molto ben voluto dalla maggioranza dei siriani, e gode di una discreta popolarità nelle piazze arabe perchè non allineato con le potenze occidentali, a differenza dei regimi di Mubarak e Ben Ali. Un altro punto su cui il presidente siriano può far leva è il desiderio della popolazione di non sprofondare nel pantano dei conflitti confessionali, Libano e Iraq sono un valido deterrente, accettando, quindi, tacitamente la mancanza di libertà in cambio della stabilità che garantisce il regime baathista. L’unico fronte di pericolo per il regime potrebbe nascere dal settore economico, dove gravitano gli interessi monopolistici della famiglia Assad e dei suoi alleati, in maggioranza sunniti. Diversa per tradizione, storia e struttura di potere rispetto alla Tunisia, all’Egitto e alla Libia, la Siria per il momento non crollerà, secondo l’opinione degli esperti.
“Sporcata” dalle testimonianze della repressione del regime, e da un atteggiamento fin troppo cauto, l’immagine di Assad è stata però seriamente compromessa. Sarà forse stato questo il motivo per cui nel discorso di sabato, 16 aprile, il regime si mostra aperto alle riforme, empatico con i siriani per la morte dei manifestanti, seppur fermamente deciso nella condanna della dissidenza nei confronti della nazione. Nella sua seconda apparizione da quando sono iniziate le proteste, il presidente siriano ha esplicitamente affermato che “non ci saranno più motivi per organizzate proteste dopo che verrà abolita la legge d’emergenza e verranno avviate le riforme entro questa settimana”. In seguito “non verranno più tollerati tentativi di sabotaggio alla sicurezza della nazione”, ha precisato. Preoccupati del complotto del nemico che fomenta la folla, Assad e il suo entourage possono, tuttavia, contare del sostegno di due amici di nome Hezbollah e Iran. Negli intricati legami mediorientali bisogna giungere al compromesso. Se Israele vuole la pace in Libano, ha bisogno di Assad, che, a sua volta, se vuole mantenere il suo ruolo regionale, ha bisogno dell’Iran.
Le potenze occidentali, impegnate altrove nella difesa dei diritti umani, stanno a guardare. In fondo “tenersi” Assad equivale a non lasciare allo sbando il paese che potrebbe subire una deriva simile a quella avvenuta in Iraq. Senza dimenticare la vicinanza, e non solo quella geografica, a uno degli attori geostrategici più importanti nell’area: l’Iran.
Gridare al complotto è un vecchio trucco che utilizzano i dittatori traballanti che potrebbe, però, rafforzare lo spirito patriottico dei siriani, invece che fomentarli nella lotta per la democrazia, garantendo così lo status quo.

 


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