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Gli arabi, l’Occidente e la Libia

18/04/2011
By Nicola Pedde

Che la crisi libica tenda sempre più ad assumere i termini di una debacle per l’Europa, e per l’Italia e la Francia in particolare, è cosa nota. Quale sarà la dimensione di questa debacle, al contrario, è ancora oggetto di speculazioni a vario livello, alle quale è opportuno aggiungere un tassello. Cosa ne pensano gli arabi?
Al pari dell’Europa, di fatto nessuno nel mondo arabo ha mai condiviso e sostenuto la motivazione umanitaria della missione, riconoscendone al contrario un solido e ben preciso interesse politico ed economico. In larga misura si è anzi parlato di attitudine neocoloniale dell’Europa, individuando inoltre con chiarezza i tratti della crisi che ha separato molti paesi dell’Unione e mettendo a nudo le non poche incongruenze relative ai tempi e ai modi della missione e della sua evoluzione.
Molti commentatori hanno espresso sulle pagine della stampa araba le proprie perplessità circa l’ambigua natura della crisi libica e della sua gestione, individuando da subito le non poche ipocrisie e denunciando ancora una volta l’incapacità dell’Occidente di comprendere le realtà politiche e sociali della regione. Se la crisi libica è stata letta in modo lucido e puntuale, non sono tuttavia mancate le tradizionali posizioni di fronda della società araba, alimentando i più vetusti stereotipi e dimostrando ancora una volta quanto ampie e profonde siano le divergenze.
La caduta di Ben Ali in Tunisia e quella di Mubarak in Egitto, così come la condanna di Gheddafi quale spietato despota, hanno trovato largo consenso generale sulla stampa e nei commenti radiofonici e televisivi. Ma le manifestazioni di consenso ufficiale non hanno tuttavia avuto la capacità di occultare le molte, moltissime, voci di dissenso.
La gran parte dei leader politici autoritari rovesciati, in crisi o prossimi ad esserlo, ha una caratteristica comune. All’autoritarismo esercitato nel proprio contesto nazionale hanno solitamente accompagnato una politica di aperto sostegno e materiale supporto per i palestinesi, per molti movimenti islamici e, più in generale, per i movimenti di opposizione di paesi terzi, solitamente quelli confinanti. Alla manifestazione esteriore di gioia per la caduta di un despota, quindi, si è quasi sempre accompagnata l’amara considerazione della perdita di un alleato, se non di un aperto sostenitore.
Particolarmente evidente questo fattore in seno ai palestinesi, dove ampio è stato il sostegno ai movimenti popolari che hanno scosso e scuotono le fondamenta del Medio Oriente, ma dove al contempo le elite intellettuali sottolineano l’incerto futuro delle relazioni con i nuovi vertici politici. Chiedendosi se questi faranno venir meno il loro appoggio e supporto, e automaticamente manifestando l’ipocrisia del sostegno al movimento di protesta e alla primavera araba. Ampio il dibattito in tal senso tra Hamas e Fatah, con posizioni alquanto divergenti e sempre più indicative della frattura tra le due anime politiche del popolo palestinese.
Ma non si limita alle crisi ormai compiute il dibattito in seno alla società araba. Curioso e particolare è ad esempio il caso della Siria, dove molta parte della stampa araba continua a negare il ruolo e le ragioni della protesta, individuando al contrario in un tentativo di sobillazione da parte dell’Occidente le ragioni della crisi. Mettendo a nudo l’ipocrisia della relazione con uno stato sì autoritario e ferocemente anti-democratico, ma al tempo stesso generosamente vicino alle cause di molti gruppi o movimenti. E portando quindi alla luce, quindi, l’evidenza di un problema non solo Occidentale: l’assenza di leadership adeguate ed il distacco tra la generazione del potere politico e quella della piazza e della protesta.
Un’ultima considerazione deve essere invece formulata in merito alla percezione dell’Italia sulla stampa araba e nei social media. L’ambigua gestione delle crisi in Tunisia ed Egitto, e quella catastrofica della crisi in Libia, non hanno curiosamente generato commenti e posizioni particolarmente aggressive nei nostri confronti, tuttavia esprimendo il più assoluto disappunto per la gestione degli eventi e soprattutto dell’alquanto discusso rapporto con Gheddafi.
L’Italia è stata vista, quindi, come un paese debole, vittima della sua costante incapacità di coesione politica ed incapace di esprimere quel ruolo che invece molti auspicavano e si aspettavano, nel solco della tradizione diplomatica nazionale che da sempre ha fatto del dialogo tra le parti il suo punto di forza e la sua caratteristica. Un ruolo questa volta drammaticamente mancato, con l’effetto di aver pesantemente diminuito la nostra immagine, e probabilmente compromesso buona parte del nostro futuro ruolo.

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