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Washington e il Grande Mediterraneo: un mare meno Nostrum

19/04/2011
By Pierre Chiartano

È un mare un po’ meno nostrum per gli Usa, quello che bagna il Nord Africa. La vicenda libica ha evidenziato un passaggio storico per la poltica estera americana nel Mediterraneo. Sono lontani ormai i tempi di Suez (1956), ma anche il 1969 libico. E sempre più vicini quelli di una svolta politica nel Golfo, dove i progetti sciiti avanzano, preoccupando non poco Foggy Bottom e la Casa Bianca. Per non dire degli incubi nei palazzi dei Saud. In questo gioco Parigi e Londra sembrano essere riuscite a prendersi una piccola rivincita sul passato e sulle loro velleità neocoloniali, sempre punite da Washington. E l’Italia ha visto sbriciolarsi una posizione di privilegio, conquistata per decenni, con abilità e determinazione. I tre presidenti Obama, Sarkozy e Cameron il 15 aprile hanno vergato il benservito al colonnello Gheddafi. Lo hanno fatto scrivendo un articolo a sei mani sull’International Herald Tribune. Si legge che il dittatore di Tripoli “non è più supportato dal popolo”. Affermazione discutibile che apre la porta delle valutazioni sulla “strana” guerra in Libia, dove Washington è entrata, con grande velocità, tirata per la camicia dall’inquilino dell’Eliseo. L’operazione Odissey Dawn è stata messa in piedi in tempi da record. E con altrattanta velocità gli Usa sono usciti dalle sabbie mobili nordafricane, una volta varata l’operazione Nato, Unified Protector. E in mezzo questi due edpisodi cosa è successo? Di tutto, compresa una operazione “Eliseo” partita troppo presto per autoaccensione, ma questa volta la macchina mediatica ha visto ben poco. Sulla scia della narrazione della Primavera araba in Tunisia ed Egitto e sul ruolo svolto da media e socialnetwork, la macchina mondiale dell’informazione era pronta a divorare e metabolizzare quantità industriali di notizie. Ma fin dalle prime ore della rivolta, dalla Libia arrivava ben poco e quello che ci giungeva attraverso le immagini e i commenti del canale satellitare al Jazeera si è presto scoperto essere una serie di bufale: come gli “intensi” bombardamenti di Bengasi. Oppure gli atti di giustizia sommaria delle truppe lealiste – del resto credibili visto la fama del rais – le fosse comuni, e una narrazione di una rivolta che sembrava spontanea, inarrestabile e massiccia. Nicolas Sarkozy subito definiva pubblicamente il colonnello “un criminale di guerra”, impedendo a chiunque volesse intavolare una trattativa, di farlo senza correre il rischio di sporcarsi le mani di sangue. Il clima per l’intervento umanitario “armato” era pronto. Compresi i circa 250 uomini delle forze speciali francesi (acquisizione obiettivi) e dell’intelligence di Parigi (outreach politico) e un po’ di armi, già nel deserto libico. Si trattava di un cadeau dell’Eliseo che aveva completamente defenestrato il Qai D’Orsay sul dossier nordafricano. E un comportamento dei media internazionali e arabi a dir poco singolare, ne era un corollario. Ma negli Usa, man mano che i giorni passavano, qualcuno cominciava ad aprire gli occhi. Primo fra tutti Robert Gates, che dal Pentagono esponeva le proprie perplessità sulla no fly zone. E visti i modesti risultati, chi potrebbe dargli torto. Intanto Washington metteva antenne sul territorio, tipo Khalifa Hifter, ex colonello dell’esercito libico, rientrato nel suo Paese dopo un ventennale esilio negli Usa. E la situazione diventava sempre più chiara. L’America doveva uscire da quel pantano, più in fretta possibile. Era il Bahrein, sede della 5ta flotta, ha dare maggiori preoccupazioni. Come il lento, ma inesorabile progetto sciita di riappropiarsi del vecchio impero iraniano: Bassora, gli Stati del Golfo e, perché no, il petrolio saudita, il Libano e la Siria. In fondo le alleanze con l’islam sunnita avevano prodotto poco, se non Stati vacillanti, radicalismo islamico, terrorismo e sentimenti anti-americani. Obama preso dai postumi di una crisi economica che aveva colpito duro, da due guerre in Iraq e Afghanistan che avevano usurato l’apparato militare e prosciugato le casse pubbliche, ha passato la mano sui pasticci libici di Parigi e Londra. Cambiando apparentemente strategia rispetto ai tempi del colpo di mano anglo-francese di Suez e della luce verde al colpo di Stato in Libia nel 1969. Sono dunque lontani i tempi in cui la politica energetica di Enrico Mattei – che aveva instaurato rapporti con l’intelligence Usa quando era nella Resistenza – soddisfava meglio la vision americana in quella regione. L’impressione è che il domino delle rivolte abbia rivoluzionato anche la politica estera americana: i son of a bitch amici, devono godere dell’appoggio delle popolazioni, altrimenti vengono mollati; tutta la struttura delle vecchie alleanze regionali è in crisi e andrà riconsiderata.

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