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L’Algeria in bilico

19/04/2011
By Vincenzo Palmieri

A quattro mesi dall’inizio delle rivolte nell’area arabo-islamica e in particolare dopo i mutamenti di governo in Tunisia ed Egitto e la crisi in Libia, si sono avanzate diverse ipotesi su quale possa essere “il prossimo Governo a cadere”: anche quello algerino è considerato a rischio. È qui che l’onda di ribellione che attraversa il Nordafrica ha visto i suoi prodromi a gennaio, prima di espandersi con esiti più radicali; è qui che perdurano focolai di tensione, in Cabilia, nelle periferie delle maggiori città e presso numerosi gruppi sociali; è qui infine che nasce il termine hogra, il “disprezzo” che i privilegiati riservano alle fasce più povere della popolazione, definizione divenuta slogan internazionale. La situazione è articolata.
Il 2011 in Algeria si è aperto all’indomani di una vasta operazione antiterrorismo in Cabilia contro AQMI. Obiettivo primario delle azioni di sicurezza sono infatti i jihadisti, all’opera nelle province nord orientali del Paese e nelle regioni meridionali di confine. AQMI, che ha conosciuto una più specifica evoluzione “criminale” nell’ultimo triennio soprattutto nella sua componente saheliana, costituisce un intralcio diretto all’azione dello Stato e non deve sorprendere che le Autorità attribuiscano priorità secondaria alle misure di contenimento della rabbia sociale.
Essa è esplosa il 5 gennaio in violenze nel quartiere Bab el Oued ad Algeri: causa prossima ne erano l’aumento dei prezzi, la disoccupazione, la mancanza di alloggi. Gli scontri sono durati circa 96 ore, estesi a diverse province, finché l’intervento delle squadre anti sommossa non ne ha avuto ragione e il Governo non ha promulgato misure d’urgenza volte a ridurre i prezzi dei generi alimentari e non ha promesso attenzione ai problemi sollevati (in particolare, gli alloggi sociali). La causa profonda attiene alla disillusione che regna tra una fascia giovani di modesta estrazione sociale, disoccupati, privi di connessioni internazionali, incapaci di individuare un leader e di trascinare nella protesta le fasce di popolazione algerina estranee alle richieste da loro avanzate. Essi hanno rinunciato a coltivare un esito “politico” per la sollevazione, che ha preso la forma di saccheggi e danneggiamenti contro proprietà private ed edifici pubblici. Ciò ha definitivamente impedito che il movimento suscitasse le simpatie delle fasce di popolazione allora estranee alle proteste (impiegati del settore pubblico, operai, commercianti, imprenditori e la generazione dell’indipendenza), che pure disapprovano l’elite al potere, distante dal Paese reale e coinvolta in gravi scandali. Molti sono coloro che temono che dall’eventuale cambiamento possano giovarsi gli estremisti invisi alla popolazione, mentre il Paese ha già sperimentato un tentativo fallito di sistema libero e multipartitico, il cui esito è stata la guerra civile e l’esercizio del potere da parte dei militari. Durante la crisi questi non hanno mai fatto mancare il loro prezioso sostegno per l’ordine costituito, anche se in concorrenza con la sfera politica nel definire gli equilibri complessivi.
Le prospettive di cambiamento sembravano perciò virtualmente nulle; entro tale scenario, dalla metà del mese di gennaio (dopo la cacciata di Ben Ali dalla Tunisia), hanno anzi preso a verificarsi in Algeria tentativi di suicidio in pubblico per auto-immolazione sull’esempio dell’ambulante tunisino Bouazizi. Il Governo vi ha riconosciuto un segnale di dissenso potenzialmente destabilizzante e ha perciò disposto di accogliere, ove possibile, le richieste; Bouteflika non ha più tuttavia gli strumenti per persuadere l’opinione pubblica circa la propria legittimità, né riesce a gestire le leve economiche per ridurre il bacino di potenziale contestazione.
A partire da febbraio è intervenuto un elemento che può contribuire a mutare gli equilibri interni nel medio periodo: si tratta di nuove proteste cui prendono parte – sinora con numeri esigui – le fasce non impoverite di popolazione, mobilitate per ottenere vantaggi economici e sociali. Il “Potere” ha inteso reagire revocando la legislazione di emergenza, senza tuttavia che ciò condizionasse in maniera positiva l’andamento delle proteste. Si nota anzi il lento maturare di una contestazione più ampia, ancorché localizzata e ad ora priva di un obiettivo preciso, sintetico ed efficace, tale da trasformare le tensioni latenti in una reazione di massa.
Ove tale dinamica dovesse prendere forza, essa avrà come esito la rottura dell’instabile polo Presidenza-Forze Armate, che regge l’Algeria contemporanea e ha sostituito il triangolo FLN- Forze Armate-burocrazia, costituito dopo l’indipendenza e più diffusamente accettato. L’attuale configurazione si basa sul sostegno esterno ai vertici algerini garantito da Francia e Stati Uniti e ora messo a dura prova dall’atteggiamento algerino nella crisi libica: è quindi già da ora necessario mantenere alcune riserve su come l’attuale establishment potrà gestire, ove lasciato solo, un cambiamento sempre più necessario.

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