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Le verità di Julian e il merito dei militari italiani

19/04/2011
By Pierre Chiartano

Sono passati anni, decenni da quando l’esercito italiano sbarcato in Libano agli ordini del generale Angioni veniva finalmente messo alla prova della gestione di una vera crisi. Allora c’erano i coscritti della leva obbligatoria, i vecchi fucili Garand, qualche Fal e i mezzi da trasporto truppe M-113. Gli stessi che oggi equipaggiano la Lebanese armed force. Allora fu la penna graffiante e travolgente di Oriana Fallaci a raccontare quanto i nostri militari fecero il possibile e l’impossibile per gestire una situazione in una delle più pericolose polveriere del Medio Oriente. Oggi con un esercito di professionisti, temprato, addestrato e dalle competenze imparagonabili con quelle del passato la stessa percezione positiva emerge dai cablo riservati dei militari e della diplomazia Usa spiattellati dal sito “spiffera-tutto” di Julian Assange. Che i nostri militari avessero fatto un salto qualitativo eccezionale lo si era compreso già da un episodio dell’intervento in Iraq nella zona di Nassiryya. La battaglia dei ponti e la lunga operazione per tenere aperta la Provincial recostruction unit agli ordini di Barbara Contini. Durante uno dei tanti interventi di Edward Luttwak alla televisione italiana si poteva percepire chiaramente la stima nei confronti dei nostri militari. «Hanno dimostrato di poter rispondere agli attacchi e di saper uscire dalle basi per inseguire gli attaccanti». La svolta nell’immagine del soldato c’era stata, cristallizzata purtroppo dall’immagine di una copertina del Time magazine, un nostro militare davanti ai resti della base Animal House. L’immagine del soldato italiano emersa distrutta dal secondo conflitto mondiale in ossequio di una immeritata fama che voleva le nostre forze armate disorganizzate, male armate e poco pugnaci. Un esercito di “straccioni” che solo la più recente pubblicistica ha cominciato a riscattare. Ora anche Wikileaks ha dato una mano a consolidare un carta d’identità delle nostre Forze armate efficienti, affidabili e spesso meglio preparate di altre per missioni complesse, come quelle mediorientali e nell’Afghanistan. Dove alle capacità di combattimento vanno sommate quelle dell’interazione positiva con le popolazioni locali. Dai famosi WarLogs di Assange sull’Afghansitan, una collezione infinita di dispacci quotidiani si evince come i militari italiani siano stati utilizzati spesso per compiti di investigazione e pronto intervento nell’area di Kabul, non di competenza italiana, ma con una nostra minima presenza di reparti. Un segnale di fiducia da parte del comando Isaf. Nel 2008 ci furono almeno tre situazioni critiche legate a possibili attentati kamikaze contro l’ambasciata italiana a Kabul. Emerge sempre dalla lettura nei documenti pubblicati dal sito Wikileaks, inviati a Washington dalle forze statunitensi dal Paese centrasiatico. Secondo i dispacci militari Usa, nel 2008 nell’area di Herat, sotto la giurisdizione italiana, «quattro elementi dell’intelligence dei pasdaran iraniani coordinavano un gruppo di aspiranti attentatori suicidi» che aveva il compito di colpire i soldati italiani e americani. E i contatti tra italiani e iraniani si erano già evidenziati in Iraq. «Circa 400-500 combattenti arrivati a Nassiriya dall’Iran. Il loro obiettivo è quello di attaccare il compound italiano (non si sa se White Horse o Camp Mittica)». Le armi in dotazione erano Ak47, lanciarazzi, mortai. Il deposito delle armi «si troverebbe all’interno del palazzo del centro per l’agricoltura», e in una scuola vicino al ponte. «L’attacco sarebbe stato lanciato con un ordine di Moqtada Sadr. La fonte ha un certo grado di affidabilità». Il file, datato 8 aprile 2004, si riferisce ad un rapporto «arrivato 30 (illeggibile) fa». Il 6 aprile iniziò a Nassiriya la cosiddetta «prima battaglia dei ponti». Il mese fu segnato da un crescendo di attentati e attacchi contro le truppe della coalizione internazionale. A dimostrazione di quanto il lavoro dei nostri militari fosse incisivo. Ancora in Afghanistan si parlava nei rapporti riservati di decine di imboscate, soldati italiani impegnati di continuo a respingere assalti o agguati dei talebani. E quindi decine di parà, incursori o alpini feriti di cui non si poteva parlare, in ossequio a dei fragili equilibri di governo che non permettevano di pronunciare la parola guerra e suoi sinonimi. Una conflitto sotterraneo che gli italiani combattevano e combattono quando serve con forza, ma anche «con la correttezza di chi rischia la pelle per non coinvolgere civili negli scontri». «Senza nessuna pubblicità, la Difesa italiana di fatto ha rovesciato l’accusa degli alleati di sottrarsi ai combattimenti. Soprattutto dall’estate 2009, nel settore italiano l’Esercito combatte gli insorti in campo aperto» si leggeva su di un importante quotidiano nazionale, mai tenero con gli uomini in divisa. Un giudizio emerso dalla lettura dei dispacci riservati messi online dal “famigerato” Julian Assange.

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