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La guerra in Libia e l’Italia

18/04/2011
By Karim Mezran

Gheddafi e Berlusconi

Appare ormai sempre più chiara la dinamica degli eventi, cause e concause, moti spontanei e complotti, che hanno portato a quella che oggi è chiamata la “Guerra di Libia”. E che passerà probabilmente alla storia con il più preciso nome di “Disastro di Libia”.
La domanda a cui rispondere però è: disastro certamente, ma per chi? E qui la risposta si fa complessa.
Innanzitutto il regime di Gheddafi, visto che è ormai chiaro, indipendentemente dai moti spontanei scoppiati a Bengasi il 16 ed il 17 febbraio 2011, che quello che è seguito non è stato altro che il precipitoso realizzarsi di un piano segreto di colpo di stato. Ordito da una potenza europea – non  difficile da individuare – fin dai primi mesi del 2010 con la complicità di uomini vicini al Colonnello.
Sebbene ancor oggi, sul campo di battaglia le truppe fedeli al regime resistano ed anzi sembrino essere al contrattacco, non vi è dubbio che Gheddafi ed il suo sistema di governo basato sul Libro Verde siano finiti.
Neanche la più schiacciante vittoria sul campo gli restituirà mai la Jamahiriyya e l’idea della realizzazione di un progetto politico rivoluzionario. Questo è ben chiaro tanto a Gheddafi quanto ai suoi figli ed ai suoi uomini più vicini.
Neanche i fautori del complotto ne usciranno indenni, tuttavia. Hanno puntato le loro carte su interlocutori – quelli che oggi sono al vertice del Consiglio Transitorio Libico – compromessi e deboli, e soprattutto disorganizzati. La Francia si è trovata pertanto a dover sostenere la necessità di un intervento occidentale a supporto dei suoi nuovi alleati di Bengasi e, dato lo scarso successo dei bombardamenti compiuti a seguito dell’entrata in vigore della Risoluzione 1973, si trova oggi a ipotizzare un intervento armato di terra. Ciò significherebbe però un altro Iraq, e questa volta interamente europeo.

Sembrerebbe quindi che i francesi abbiano venduto la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Ma i grandi perdenti sono senza dubbio gli italiani. Da un punto di vista morale si può discutere lungamente sul rapporto privilegiato che i nostri governi hanno progressivamente stretto con l’ingombrante leader di Tripoli; ma dal punto di vista politico ed economico si sono raggiunti risultati notevoli. In pochi anni l’Italia si è guadagnata una posizione di predominio nei contratti commerciali con la Libia, negli investimenti bilaterali, ed ha raggiunto un valido accordo per la limitazione dell’immigrazione clandestina. La Libia era in breve diventata la “gallina dalle uova d’oro” per la Repubblica italiana. Ci si sarebbe, pertanto, aspettata una presenza massiccia e capillare dei nostri servizi di intelligence, del Ministero degli Esteri, delle think tanks e degli istituti di ricerca e analisi. Evidentemente così non è stato.

Alla debolezza strutturale italiana si è aggiunta l’incapacità strategica e tattica del nostro governo, che ha perpetrato quella triste tradizione nazionale che ci ha sempre visto cambiare fronte repentinamente ogniqualvolta ciò si fosse reso necessario od opportuno. Con vantaggi quasi sempre illusori.Il governo italiano, che nella persona del suo Presidente del Consiglio Berlusconi aveva stretto rapporti “fraterni” con il leader libico, veniva colto da improvvida paralisi nei primi giorni dell’insurrezione libica. Incapace di elaborare alcuna rapida iniziativa diplomatica, il governo si chiudeva in muta attesa.
Ciò lasciava mano libera all’iperattivo Sarkozi che, grazie alla quantomeno dubbia versione dei fatti riportati da al-Jazeera, dichiarava Gheddafi un “criminale di guerra” e ne chiedeva il deferimento alla Corte Penale Internazionale. Con ciò, di fatto, impedendo qualunque possibile iniziativa diplomatica volta a cercare un compromesso con il regime di Tripoli.

Successivamente, il ministro degli Esteri Frattini, a sorpresa, dichiarava che l’Italia non avrebbe più parlato con Gheddafi e con il suo regime.
In questo modo il governo Berlusconi compiva agli occhi del governo libico un tradimento in pieno stile, inimicandosi quindi per sempre Gheddafi ed i suoi sostenitori (che per inciso controllano ancor oggi il 90% delle risorse petrolifere libiche). Inoltre, inspiegabilmente, non prendeva posizione a favore degli insorti, i quali pertanto sempre più trovavano sostegno solo da Sarkozy, concedendo a questi un ulteriore vantaggio.
L’Italia, con un colpo solo, raggiungeva quindi il duplice obiettivo di inimicarsi Gheddafi e non farsi amici i rivoltosi, la cui gratitudine – nell’improbabile caso di una loro vittoria – certo non sarà rivolta a Roma quanto a Parigi e Londra. In ogni caso, un disastro.

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