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Medioriente, tempo scaduto per le dittature?

19/04/2011
By Lenea Reuvers

L’articolo è una rielaborazione dell’intervista a Henri J. Barkey, visiting scholar in the Carnegie Middle East Program – Carnegie endowment for International Peace – Washington, DC

Sembra che i giorni della dittatura assoluta nel mondo arabo siano irrevocabilmente giunti al termine. Ben Ali, uno dei leader più repressivi della regione, ha lasciato la Tunisia. Il regime di Mubarak è essenzialmente finito. Il presidente dello Yemen ha annunciato la fine del suo regno. E in tutto il Medio Oriente i regimi apportano cambiamenti all’interno dei governi per placare la popolazione.
Per quanto auspicabili siano questi eventi per la popolazione araba, le cui rivendicazioni per una maggiore partecipazione politica e responsabilità del governo potrebbero finalmente essere ascoltate, questi stessi episodi preoccupano seriamente alcuni governi occidentali, che hanno perso i loro alleati di lungo termine, adesso destituiti, e affrontano ora un futuro incerto. Durante la fase di imminente transizione, sembra quasi sicuro che i movimenti islamisti, come i Fratelli Musulmani, emergeranno come potenti forze politiche. Non solo sono ampiamente considerati come il più organizzato dei partiti di opposizione, ma godono anche di una certa legittimità tra la popolazione araba per non aver collaborato con i regimi.
Specialmente negli Stati Uniti, è fortemente radicata la paura di un risveglio islamista nel Medio Oriente. In generale, la politica americana ha interdetto qualsiasi relazione formale con i gruppi islamisti e ne impedisce il finanziamento diretto, la cooperazione o qualsiasi altro tipo di supporto alle organizzazioni affiliate con l’islam politico e i suoi membri. Nell’eventualità che i gruppi islamisti giochino un ruolo sostanziale nella formazione dei nuovi governi in tutto il mondo arabo, questo porrebbe un dilemma per gli Stati Uniti. In realtà, la questione su cui si discute maggiormente a Washington è come la politica statunitense dovrebbe rispondere – e come si comporterà – se i gruppi islamisti diventassero parte del nuovo governo, soprattutto in Egitto, il secondo più grande beneficiario degli aiuti USA nel mondo.
Le voci provenienti dalla Casa Bianca sembrano dimostrare un’apertura, adottando un nuovo approccio verso i movimenti islamisti nel Medio Oriente. Il 3 febbraio, il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha affermato che gli USA lavorerebbero con i gruppi islamisti a patto che avvengano nel “rispetto della legge e della non violenza, con la volontà di far parte di un processo democratico, senza strumentalizzarlo”. L’amministrazione Obama sembra aver accettato che una cultura politica aperta e pluralista in Egitto dovrebbe riflettersi nella società egiziana, e dovrebbe, quindi, includere anche chi vuole che la religione abbia un ruolo nella politica. Opporsi ai gruppi islamisti non solo li renderebbe più popolari, ma metterebbe a repentaglio lo sviluppo democratico nella regione, rappresentando, infine, un danno per gli interessi e l’influenza statunitensi in Medio Oriente.
Il Congresso, tuttavia, quasi certamente adotterà un atteggiamento diverso. Il Presidente della Commissione Affari Esteri, Ileana Ros-Lehtinen (R-FL) ha già chiesto che i Fratelli Musulmani vengano esclusi da ogni processo politico, e che sia impedito loro di avere relazioni ufficiali con gli Stati Uniti. Il fattore decisivo della questione è il ruolo dello stato di Israele. Temendo che i Fratelli Musulmani romperanno il trattato di pace tra Egitto ed Israele, fornendo aiuto a organizzazioni come Hamas o Hezbollah, la lobby israeliana farà pressione sui rappresentanti USA per limitare al massimo le relazioni con i Fratelli Musulmani. Finchè la lobby israeliana temerà l’influenza di gruppi islamisti nelle vicinanze di Israele, il governo statunitense potrà sì adottare una retorica conciliante, ma il Congresso impedirà un reale cambiamento della politica USA nei confronti dei gruppi islamisti. Concludendo, sembra probabile che il Congresso porrà un ostacolo a un progresso politico che coinvolga i gruppi islamisti in Medio Oriente. Questo rischia di ridurre ulteriormente l’influenza degli Stati Uniti nel mondo arabo, ledendo gli interessi USA nella regione.

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